Ebbene sì, mi ritrovo a scrivere ad un mese dall'ultimo post.
Tantissimo tempo.
Mi sono trovata a chiedermi come ho impiegato, quindi, il tempo passato a non curarmi del mio buon proposito di esprimere qualcosa di positivo nel mondo, seppur virtuale, del web.
La risposta è arrivata quasi come un flash nella mia mente: "Sono stata di corsa, troppo di corsa!".
Mi sono messa ad analizzare questa frase, che nel frattempo si era fissata nella mia testa.
Da subito mi è stato chiaro che il senso non era quello letterale. Avrei auspicato fosse così: tra poco arriverà la primavera - penso - stagione di competizioni podistiche, gite e ricognizioni archeologiche ed io mi sento in forma, sì e no, come un bradipo.
"Deve trattarsi di corsa in senso figurato", mi sono detta.
Di nuovo, però, l'immagine ed il significato verso cui il mio pensiero tentava di condurmi non coincidevano. L'idea di corsa evoca in me la figura di uno sforzo che tende ad un obiettivo rispetto al quale le distanze si accorciano. Ciò che mi pareva quanto di più distante da ciò che avrei voluto realmente esprimere.
Poi ho capito.
Ciò che ha caratterizzato il mio agire delle scorse settimane sono stati un'incredibile velocità - questa sì, caratteristica della corsa - nel susseguirsi degli eventi, unita alla sensazione di avere il fiato sempre più corto, preso tra un movimento ed un altro; sensazione, questa, che si sperimenta correndo, quando manca l'allenamento o quando il percorso proprio non risulta entusiasmante. Era mancato, però, l'obiettivo cui tendere.
La risposta giusta alla mia domanda su come avevo impiegato quel tempo, quindi, è diventata: "Sono stata frenetica, troppo frenetica!".
Cosa mi rimane di tutto questo?
La consapevolezza che aver chiaro l'obiettivo è la spinta più grande del nostro avanzare e che le parole vanno usate con cura, perchè non sempre sono davvero fedeli alla realtà che vorrebbero rappresentare.
Riprendo, quindi, il cammino, ora che la direzione è tornata chiara ed i passi hanno nuovo vigore!
Buon viaggio e ad maiora!
Torino, 9/2/2016
Vero Ve
martedì 9 febbraio 2016
venerdì 8 gennaio 2016
Volevo andare a vedere l’aurora boreale ...ma sono andata a correre sulla Tagliafuoco del Musinè
Pochi giorni fa guardavo il telegiornale,
distrattamente. Poi l’ho vista. Bella, grandiosa ed ineffabile come solo lei sa
essere: l’aurora boreale. Per pochi secondi – giusto il tempo di un servizio
veloce, qualche fotogramma tra la solita sfilata di drammi moderni assortiti –
lo schermo si è illuminato di mille sfumature di verde, rosa e azzurro,
mostrando la notte del cielo polare nella sua veste più spettacolare.
La distrazione si è fatta attenzione,
lo sguardo completamente rapito dai colori. In un attimo, l’immaginazione è
corsa lì, in qualche punto indefinito vicino al Polo Nord. Poi un ricordo.
C’è stato un tempo in cui volevo
andare a vedere l’aurora boreale. Immaginavo di partire da casa mia in un paesino
in provincia di Torino con un camper ed attraversare l’Europa fino alle sue
propaggini più estreme. Una volta giunta abbastanza a nord ed allontanatami a
sufficienza da qualsiasi abitato, avrei parcheggiato, acceso un fuoco e poi,
semplicemente, avrei aspettato l’aurora e me la sarei goduta. Sarei, poi, ripartita immediatamente per
tornare a casa, sazia della bellezza che, ero sicura, quello spettacolo mi
avrebbe offerto. Dopo le scorpacciate, si sa, bisogna fare posto…
Avevo, sì e no, tredici anni. Passavo
ore a fissare il cielo, di giorno per attribuire alle nuvole le forme più
diverse, di sera per ammirare le stelle, nelle orecchie le cuffiette del
walkman: erano gli anni in cui la musica non si ascoltava in formato iTunes ed il
semplice lettore CD rom portatile sembrava avvenieristico. Non avrei scambiato
il binocolo di mio padre e la bici che usavo per lunghissimi giri in campagna
con nessun oggetto al mondo. Ogni sguardo portava con sé lo stupore di una prima
volta. I concetti di limite e di difficoltà non mi appartenevano: mi sembrava
che fosse sufficiente riempirsi gli occhi di bellezza e la testa del desiderio
di qualcosa per far sì che accadesse.
Non ricordo esattamente quando iniziai a
sognare di andare a vedere l’aurora boreale. Credo sia iniziato tutto la prima
volta che ne ho visto le immagini, su uno dei libri di scuola. Ciò che ricordo
nitidamente, invece, sono le sensazioni da cui era nata l’idea di quel viaggio ben oltre i
confini del mio piccolo mondo di ragazzina di provincia: l’entusiasmo,
la capacità di provare stupore, la tensione dell’animo verso il bello, la
fiducia nella natura. Sempre su un libro, avevo letto che l’aurora boreale
altro non è che il frutto dell’interazione di particelle elettricamente cariche
che con una certa parte della nostra atmosfera terrestre a certe condizioni.
Non era, però, ciò che mi importava. Anzi, mi sembrava che la domanda più
interessante da farsi di fronte a quel fenomeno fosse: ma che posto
straordinario è il mondo se i suoi meccanismi consentono uno spettacolo simile?
E’ passato qualche anno ed è
arrivato il tempo degli impegni, delle scadenze, delle sfide a quei limiti che
improvvisamente si scopre di avere. Non solo. E’ arrivato il tempo in cui i
colori dell’aurora boreale sono stati ripresi sugli sfondi dei nostri telefonini, diventati scenografia del nostro quotidiano. Il tempo in cui la natura ci sembra ostile
anche solo quando in città piove ed i bus sono in ritardo.
Forse, a vedere l’aurora boreale
non ci andrò mai - quantomeno, non con un camper scassato ed in solitaria – ma sono
contenta di essere riuscita ad intraprendere un altro viaggio: quello verso la
riscoperta della natura e del piacere che ne deriva. Perché, sì, gli impegni ci
sono, ma poi capita che un’oretta per correre la si trovi. E allora il limite
dello sforzo che si riesce a sopportare inizia a venire meno, anche se si tratta
di pochi minuti o metri per volta. E succede che quel sentiero su cui si corre, grazie ad un raggio di sole che non si ripeterà mai più uguale, svela
angoli mai notati prima.
Si riscopre, in compagnia solo dei propri passi e del proprio respiro, di essere, ancora, capaci di stupirsi.
Si riscopre, in compagnia solo dei propri passi e del proprio respiro, di essere, ancora, capaci di stupirsi.
domenica 3 gennaio 2016
Aria, acqua, terra e fuoco… Benvenuto 2016!
Quasi per caso abbiamo deciso di
festeggiare il Capodanno 2016 in rifugio: niente preoccupazione per la scelta
di abiti adeguati all’occasione, nessuna necessità di programmare il tempo al
di fuori delle sempre interminabili ore trascorse a tavola, come in ogni festa
che si rispetti, solo uno zaino sulle spalle con l’essenziale.
E poiché nella nostra Valle, la
Valle di Susa, i sentieri da percorrere e i panorami da scoprire sono moltissimi,
è bastato percorrere la statale per qualche paese fino a Beaulard e poi salire
ancora in auto poche curve per arrivare a Chateau Beaulard. Ad accoglierci,
abbiamo trovato un cartello in legno che ci invitava ad andare piano perchè lì
i bambini giocano ancora per strada.
Abbiamo subito capito di essere
nel posto giusto: pochi balzi e ci siamo trovati fuori dall’auto e sul sentiero
per il rifugio “Guido Rey”. Aria, di quella vera, bella, pulita
e piacevole intorno a noi: il respiro man mano più leggero e veloce, il profumo
del bosco nelle narici, sopra le nostre teste rami di pini ed abeti ed il cielo
ancora azzurro. Appena il tempo di sentire tendersi i muscoli ed i nervi delle
gambe, ed ecco una radura. Ed il rifugio. Come sempre quando si arriva ad una
meta, la sensazione è quella di aver raggiunto una terra nuova, ma diventata familiare perché la si è agognata durante
il cammino. E così, con la terra sotto i piedi, ma sospesi per aria
a 1791 m. s.l.m., ci siamo naturalmente girati ad ammirare lo spettacolo della
bassa valle avvolta in una nebbia che noi avevamo la fortuna di esserci
lasciati alle spalle.
Il tempo di una doccia, l’acqua
che scorre sul corpo a lavare via l’ultimo briciolo di città e stress ed eccoci
davvero pronti a festeggiare. Il vin brulè, i tavoli in legno, i commensali che
prendono posto, tutti lì a condividere, senza esserci mai conosciuti prima, il
rituale del passaggio ad un nuovo anno, ciascuno con le proprie speranze, i
propri buoni propositi.
E di buoni propositi, a
mezzanotte, intorno al fuoco ne ho fatti parecchi. Sarà che
il fuoco
è il mio elemento; o forse il ricordo di quando, da piccola, mi scaldavo
davanti alla brace negli interminabili pomeriggi autunnali in cui la nonna, in
campagna, faceva il pane per tutti; o forse, ancora, la sensazione che in fondo
le reazioni che produce il fuoco sono quelle basilari della
vita e senza di lui non si andrebbe avanti.
Non saprei spiegare il perché, so solo che le idee sono tante e tutte
hanno al centro la voglia di essere sempre più libera nei movimenti della corsa
e di trovare la forza che serve nella musica, che è ciò che finora non mi ha davvero
mai abbandonata.
Passata la notte più lunga dell’anno,
il risveglio non poteva essere migliore. Il cielo sereno, la montagna in uno
splendore quasi estivo (senza neve, infatti, sembrava di essere alcuni mesi
indietro, o avanti, a seconda dei punti di vista) e, soprattutto, una meta in
mente: percorrere tutto l’anello del sentiero che collega il “Guido Rey”, San
Giusto, Beaulard e Chateau Beaulard.
Ed ecco, di nuovo, uno splendido
intrecciarsi di aria, in ogni respiro dal profumo di bosco, terra sotto ogni passo, acqua
il più delle volte bellissima e pericolosa perché ghiacciata e, naturalmente il
fuoco.
Sì, perché la fatica scalda le guance e gli arti e in alcuni punti forse fa pensare
di non farcela. Poi però quello stesso fuoco
ti spinge avanti e basta poco: un po’ di curiosità e l’aiuto preziosissimo di
chi ti apre la pista, ti sostiene e ti strappa anche un sorriso. Dimentichi la fatica, superi la roccia,
ritrovi il sentiero, vai più in alto e lo scenario che si dischiude davanti ai
tuoi occhi è ancora più bello di quello
che ti sei appena lasciato alle spalle. Allora
pensi che forse può essere così anche nella vita e ti fai l’augurio di avere
sempre una nuova meta, le gambe e il cuore per superare la fatica e raggiungerla
godendoti il panorama.
Tornando sull’automobile e poi
scendendo verso la splendida Susa, a salutare le testimonianze della nostra
Storia (quella con la “S” maiuscola, lasciate dai Romani e poi dagli uomini del
Medioevo), ho pensato che quelle sensazioni provate nei boschi me le voglio
portare dietro tutto l’anno. In fondo, aria,
acqua,
terra e fuoco sono anche dentro ognuno di noi…
Buon viaggio e ad maiora!
Caselette, 3/1/2016
Vero Ve
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martedì 29 dicembre 2015
Run To Music
Run, come la passione per la corsa che nasce quando realizzi che nulla ti fa sentire in pace quanto la sensazione dei tuoi passi all'unisono con il tuo respiro...
To, come lo straordinario territorio di Torino e delle Valli circostanti, così pieno di storia, cultura e tradizioni...
Music, perchè la Musica è una forma d'arte davvero universale, spesso più di altre capace di parlare direttamente all'essenza della persona...
E poi ci sono io, con pregi e difetti e con il desiderio di raccontare il mio pezzo di strada, un viaggio tra corsa, terra e musica.
Voglio iniziare questo percorso con l'augurio, per il nuovo anno ormai alle porte, di muovere i nostri passi seguendo ciò che ci fa star bene con noi stessi e con gli altri. La strada apparirà, forse, lunga, ma credo sia quella che porta alla libertà, all'armonia ed alla felicità, gli strumenti più potenti nelle nostre mani per realizzare il sogno di una realtà migliore.
Che sia un buon 2016 e, soprattutto, un buon viaggio.
Torino, 29/12/2015
Vero Ve
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